• Melania

Books Reviews ~ "The Faith of Graffiti"



Ogni tanto mi viene chiesto quali possano essere dei testi utili per saperne di più sulla street art e i graffiti, che non siano solo raccolte fotografiche, anch’esse preziose ovviamente.

Uno dei primi testi che nomino di solito e su cui io stessa mi sono imbattuta nelle mie prime ricerche è The Faith of Graffiti con i testi di Norman Mailer e gli scatti di Jon Naar.

Credo sia davvero un must. Innanzitutto perché rappresenta uno dei primi testi pubblicati sul tema e proprio per il modo in cui viene affrontato, ossia dall’interno. Dall’unione di quei due contributi vien fuori infatti una grandiosa testimonianza diretta.


Il saggio, pubblicato nel 1974, non a caso venne accolto dalla critica con sentimenti contrastanti, dal momento che poneva di fronte agli occhi di tutti un punto di vista assolutamente diverso da quello diffuso allora. The Faith of Graffiti esplorando le implicazioni sociali e politiche offre lo spunto per andare oltre il rifiuto e l’incomprensione totale verso quei pasticci e chi li produce imbrattando la città e le metro, rendendole poco sicure, dando quindi per scontato l’assioma graffiti-vandalismo-criminalità.

Mailer osa invece fare dei paragoni con grandi pittori della storia dell’arte, da Giotto a Raffaello, e ponendosi egli stesso degli interrogativi che fino ad allora nessuno aveva azzardato sollevare.


Naar e Mailer si mettono in gioco in prima persona: uno girovaga per le strade di New York, in particolare nelle periferie, il Bronx, Harlem e non solo, immortalando i volti e le azioni dei giovanissimi writers pionieri del movimento; l’altro parla con loro e riporta le loro testimonianze di vita difficile e spericolata, arrivando persino ad intervistare il sindaco di New York, John Lindsay, proprio quando la sua guerra ai Graffiti aveva raggiunto il massimo livello.

La riflessione che unisce i 5 capitoli scritti da Mailer intervallati dagli scatti ineguagliabili di Naar è più una domanda che cerca costantemente risposta: cosa significa La Fede dei Graffiti?


Di seguito la descrizione dell'intera opera fino alle conclusioni che Mailer riuscì a trarre attraverso le sue considerazioni e ricerche sul campo.


Attraverso un personaggio inventato, l’Investigatore estetico, Mailer conduce il saggio cercando di offrire in questo modo maggiore oggettività alla sua indagine.

Nel primo capitolo, dopo aver paragonato la notorietà di alcuni writers, pionieri del mondo dei graffiti in particolare quelli realizzati nelle metro, a quella di Giotto al suo tempo tra le botteghe degli artisti, inizia l’intervista a 4 giovani graffittari. Per intervistarli si erano riuniti a casa di uno di loro, JUNIOR 161, dove 161 stava proprio per 161° strada a Washington Heights dove lui e CAY 161 vivevano e avevano iniziato a scrivere. Gli altri due writers che Mailer incontra erano LIL’FLAME e LURK. Fin da subito i ragazzi nel raccontare la loro attività trasgressiva di dipingere sui muri i loro nickname concentrano il discorso sul NOME, su quanto sia importante ricoprire tutta la città col proprio nome, essere ovunque, a partire dal proprio territorio fino a conquistare tutta la metropoli.


L’intervista ai ragazzi avviene alla fine del 1973, è una domenica pomeriggio di Dicembre manca poco a Natale, sei mesi dopo che CAY 161, appena diciassettenne, ebbe un grave incidente: durante una fuga dalla polizia su un van rubato finì fuori strada schiantandosi contro un idrante. L’amico che si trovava sul van con lui si ruppe una gamba e CAY ebbe gravi danni al cranio, dovette subire sette interventi per salvare le sue capacità cerebrali; ora può di nuovo parlare e muoversi zoppicando.

Per anni lui e JUNIOR 161 sono stati inseparabili graffittari, disegnando 4 o 5 tag al giorno, CAY col pennarello rosso, mentre Junior preferiva il blu. All’Investigatore estetico raccontano poi di come avevano cominciato ad alzare l’asticella della difficoltà scrivendo i loro nomi in modo sempre più elaborato e soprattutto in punti strategici che dovevano suscitare la curiosità dei passanti tanto da fargli chiedere come fossero riusciti ad arrivare fin lassù o a realizzare qualcosa di così grande senza farsi beccare.

Lo scopo era quindi dichiaratamente attirare l’attenzione, essere fautori di qualcosa di nuovo che gli adulti non avrebbero potuto non notare dato che ricopriva tutta la città, ogni singolo centimetro delle metro e dei treni, e comunicare il disagio sociale che attraversava l’intera metropoli, non solo le periferie. La New York di quel periodo fu paragonata a una delle città europee bombardate durante la seconda guerra mondiale, stava cadendo a pezzi, letteralmente. Interi palazzi trascurati a tal punto da crollare da un giorno all’altro, povertà dovuta alla crisi economica, sovraffollamento, disoccupazione, differenze sociali acuivano il malcontento e l’insoddisfazione generale. I graffiti erano per i ragazzi lo specchio di ciò che stavano vivendo, emarginazione e mancanza di prospettive per il loro futuro.


I graffiti davano loro speranza, e crearsi un nome era tutto per loro.

Persino se per farlo erano costretti a rubare le vernici.


L’Investigatore estetico nel secondo capitolo affronta un altro aspetto complicato della vita dei giovani writers. Se venivi beccato, racconta uno di loro noto come HITLER 2, non solo potevi essere picchiato dagli agenti della Polizia Ferroviaria, ovviamente arrestato e processato, ma soprattutto rischiavi di subire la più grande umiliazione, quella di dover pulire i treni cancellando le tag fatte da altri.

Un po’ “come se Cezanne fosse stato obbligato a cancellare dei lavori di Van Gogh”, scrive Mailer facendo un altro paragone a dir poco provocatorio.

Quindi vigeva il terrore tra i ragazzi, che comunque non smettevano ne’ di dipingere ne’ di procurarsi in ogni modo i mezzi per farlo. “C’è dell’arte anche in un atto criminale”, afferma l’Investigatore estetico.

Si arrivò al punto che i più giovani che si aggiravano nelle metro con uno zaino dovevano mostrarne il contenuto ai poliziotti e se all’interno trovavano delle bombolette spray queste dovevano essere rigorosamente intonse e sigillate per evitare di essere multati o puniti. Ovviamente “se la tua carnagione era scura era garantito che saresti stato perquisito a priori dalle autorità”. I controlli si inasprirono in particolare nelle ore notturne quando i ragazzi trovando dei punti da cui intrufolarsi, si recavano presso i capolinea dove i vagoni, fermi “come grandi balene silenziose o come dinosauri a riposo”, venivano depositati in attesa di riprendere a viaggiare. Avendo realizzato che una delle qualità migliori per diventare writers era quella di saper correre veloci, si optò per l’utilizzo dei cani, che compensavano la vista limitata in notturna con l’udito e il fiuto sensibili, e la capacità di inseguire e catturare le prede.

I ragazzi venivano braccati, ma più aumentavano i rischi più aumentava il fascino e l’attrazione verso qualcosa di proibito, e più si ripulivano i treni più questi divenivano tele bianche su cui dipingere nuovamente pezzi sempre più grandi ed elaborati che potessero mostrare viaggiando da nord a sud e da est a ovest il proprio nome.

Nonostante il “foliage di graffiti” che ricopriva i treni e le metro, ormai completamente, era già chiara allora la regola non scritta del nessuno copre nessuno, quindi si cercavano sempre nuovi spazi dove andare a lasciare la propria traccia, andando a ricoprire persino i finestrini dei vagoni.

Dopo altri due gravi incidenti mortali in cui un ragazzo fu investito da un treno della metro e un altro rimase rinchiuso in un vagone che si incendiò a causa del materiale infiammabile delle bombolette, il movimento sembrava giunto ad una fine. “L’inquinamento per gli occhi” dovuto ai graffiti, come lo aveva definito il presidente del consiglio comunale Sanford Garelik, sembrava destinato ad estinguersi. Niente di più inverosimile.


Dopo un capitolo dedicato interamente alla riflessione artistica tramite una visita al MoMA, durante la quale l’investigatore estetico si domanda cosa sia l’arte, chi decida ciò che va’ custodito e mostrato in un museo, e si domanda se tra quell’arte e quella in strada ci siano delle affinità; nel quarto capitolo viene riportata l’intervista di Mailer al sindaco in carica Lindsay, agguerrito oppositore dei graffiti.

La domenica successiva all’incontro con CAY 161 e i suoi amici, avviene l’incontro nella Gracie Mansion, esempio di classica abitazione federale risalente al 1799 tradizionale residenza del sindaco, nell’Upper East Side di Manhattan. Lindasy aveva appena festeggiato con un party il suo ottavo anno di mandato e ricevette Mailer accompagnato dal segretario del suo ufficio stampa, Tom Morgan.

Ciò che venne fuori dall’intervista fu qualcosa che era già abbastanza chiara: Lindsay aveva da una parte portato avanti un programma per promuovere maggiore indipendenza governativa e opportunità per gli abitanti dei ghetti, ma dall’altra parte aveva sostenuto gli interessi delle più potenti agenzie immobiliari della città. Risale a quel periodo quella che viene definita “l’architettura più brutta nella storia di New York”, paragonandola allo scempio estetico di Cleveland o Dallas.

I Newyorkesi lo odiavano per la sua difesa dei ghetti, tanto che racconta Mailer, qualsiasi tassista lamentava “Se avessi voluto un sindaco nero avrei votato per un nero”, parlando con i turisti a bordo delle loro auto. Lindsay allora quasi per compensare quelle sue scelte dovette dare ascolto alla popolazione, a detta sua, nell’opporsi saldamente ai graffiti. Codardi insicuri era il modo in cui parlava dei ragazzini che andavano imbrattando la città. La gente si lamenta con me, vogliono treni puliti e ordinati e sentirsi al sicuro. Le persona pagano le tasse per avere i trasporti pubblici, è un loro diritto e io devo ascoltarli. E nonostante l’affermazione di Claes Oldenburg in cui sosteneva che “le stazioni grigie venissero ravvivate dai graffiti come un bouquet di fiori dell’America Latina”, Lindsay non si faceva intenerire nella sua solida reazione al movimento continuando a definirlo DETURPAZIONE.


Una volta finita la conversazione e abbandonata la casa del sindaco Mailer iniziò a chiedersi se a parti inverse sarebbe stato in grado di difendere i graffiti.

Forse sarebbe stato complicato anche per lui, complicato come arrivare a far considerare i graffiti come arte.

Sul significato e la definizione di arte l’Investigatore estetico si interroga ancora nel capitolo 5. Cerca di darsi e dare al lettore delle risposte su cosa e chi possa VALIDARE le espressioni artistiche apportando vari esempi di ciò che è stato finora considerato arte. Tra queste persino una performance del 1971 a dir poco estrema di Chris Burden nella quale si faceva sparare addosso con un fucile calibro 22 davanti ad un pubblico che non poteva intervenire in alcun modo. Risultato: il tiratore inesperto lo colpì al braccio sinistro rischiando di ucciderlo. Il tutto ripreso da un telecamera.


E’ arte questa?

Mailer allora conclude affermando che i graffiti come tante altre forme d’arte, sono il riflesso dell’umanità, o meglio di ciò che sta accadendo all’umanità che si sta trasformando in barbarie incivile, in una macchina universale per creare uomini senza identità, una massa informe di esseri viventi tutti uguali.

Si tratta di gridare il proprio ego attraverso la città, un urlo primordiale, che riparte dalle lettere dalla calligrafia per rientrare in contatto con il vero senso profondo dell’esistenza, un desiderio di resistenza nei confronti del sistema sociale omologante.


Per concludere faccio un balzo indietro al punto in cui Mailer spiega che il saggio inizialmente avrebbe dovuto intitolarsi Watching My name Go by, ma dopo le ricerche, le riflessioni e soprattutto dopo essere entrato in contato diretto coi Graffiti e con i suoi autori il titolo diventa The Faith of Graffiti che rende l’idea di quanto creare graffiti sia si’ autoreferenziale osservando il proprio nome viaggiare per la città traendone immersa soddisfazione, ma era anche un’esigenza, un credo, qualcosa che dava ai writers dipendenza, liberazione e speranza allo stesso tempo.









Al prossimo articolo! 😊


Melania


Foto: M. Garau


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