• Melania

La Street (Art) Photography di Antonio Vitti



Qualche writer lo chiama Tonio, in amicizia, fin da ragazzino andava in giro armato di macchina fotografica e una 8millimetri, immortalando attimi di una adolescenza spensierata e scorci di strade periferiche della città in cui è nato e cresciuto.

Antonio Vitti, impiegato nella vita di tutti i giorni, street photographer per vera passione, l’ho incontrato un paio di anni fa, non avevo ancora conosciuto nessuno così appassionato e determinato ad approfondire l’argomento. Fu l’inizio di una grande amicizia. Ma è della sua capacità di cogliere l’attimo che voglio raccontarvi.

Oggi tutti possiamo scattare fotografie di muri colorati coi nostri smartphone, ricondividerle sui social, e crediamo ci basti immortalarle per catturarne il senso, l’anima. Per fare questo invece è necessario immergersi in quel mondo, sapersi avvicinare a quel mondo di quartieri periferici (talvolta solo in senso lato), quel mondo schivo dei writers, degli street artist, dei locali in cui iniziano ad esporre le loro opere per scambiarci due chiacchiere.

Le foto di Antonio sono come documenti d’archivio e allo stesso tempo raccontano una storia, anzi tante storie. In uno scatto Antonio cattura l’atmosfera che si respira in quel dato momento, in cui per caso stai passeggiando e sempre per caso incontri un ragazzo solitario con le cuffie alle orecchie e un buon numero di Montana in un zaino, una birra ghiacciata, che con movimenti precisi ed esperti traccia la sua Tag a caratteri cubitali.

Antonio cattura i pezzi sui muri e i dettagli degli artisti al lavoro mentre scelgono il beccuccio adatto per ottenere l’effetto voluto col colore.

E' l'unico modo per assicurare all’arte urbana l’eternità.

Lascio che siano le sue stesse parole e i suoi scatti a raccontarvi come.

Bagamunda: Anto, qual è il tuo primo scatto?

Antonio: il primo scatto non si scorda mai… ma in realtà sinceramente non ricordo esattamente quale sia stato, sicuramente mi hanno stregato gli scatti di mio padre, possedeva una stupenda macchina a soffietto 6x9 di cui presto mi impadronii con la sua completa e totale approvazione. Osservandoli i suoi scatti ho capito il fascino che hanno esercitato sui miei successivamente.

Una cosa è certa, ai primi anni delle elementari è iniziata la mia passione, ho numerose foto dei miei compagni in varie situazioni quando ci incontravamo al di fuori dell’orario scolastico. Da allora la fotografia ha accompagnato la mia esistenza seppur con lunghe pause di riflessione. Al tempo i colori disponibili erano il bianco e nero e relative sfumature di grigio, ben lungi dall’essere un limite sono pur sempre solo due colori! La predilezione per il bianco e nero stimola la necessità di avere il controllo completo del processo: è così che si approda all’esperienza della camera oscura. Ho visto nascere il colore, le Polaroid (i miei genitori erano veri e propri sponsor, il cambio secolo e la (presunta se non falsa) rivoluzione digitale. Considero un privilegio vivere e sperimentare le tecnologie nel momento in cui nascono, devo ai miei genitori la possibilità di avere avuto sempre modelli all’avanguardia fin da giovanissimo. Le mie prime foto non sono di 30-40 anni fa ma bensì del secolo passato!!! Fa un certo effetto! L’antinomia analogico-digitale non esiste, è piuttosto una mirabile sintesi che arricchisce entrambe, dove Photoshop si sostituisce alla camera oscura, ma i principi rimangono invariati. Nel tempo poi, sebbene nato autodidatta, ho sentito l’esigenza di confrontarmi e maturare delle scelte frequentando vari stages con professionisti del settore e indirizzandomi verso il reportage. Raccontare per immagini situazioni quotidiane, di strada o più formali quali il teatro e la danza, le ho sempre considerate tutte come un grande palcoscenico.




Bagamunda: Quando hai iniziato ad interessarti alla Street art? Se non ricordo male tutto è cominciato con la poesia di strada… mi racconti un po’ come sono andate le cose?

Antonio: Qui ho una datazione certa: il 6 settembre 2017 il mio primo scatto. Ricordi molto bene, si trattava della scritta di via Mazzini dedicata alla Street Poetry: FAI UN FAVORE, LEGGI POESIA. Direi che avuto un effetto dirompente su di me e il percorso. Devo la dritta alla mia amica poetessa di strada G.120 che mi ha indicato il luogo, mentre la musa ispiratrice è comunque Antonia Pozzi, da un DVD a lei dedicato Poesia che mi guardi di Marina Spada, dove insieme alla biografia si parla di poesia e di ‘attacchinaggio’ con il gruppo milanese M.E.P.

La scintilla è stata quella, il desiderio di andare in giro alla ricerca di poesie.

Poesie sui muri poche e in pessime condizioni, quasi una testimonianza di un passato remoto ma fu così che inciampai sui GRAFFITI!

Numerosi e disseminati, sotto gli occhi di tutti me compreso, da sempre e ignorati; citati solo come atti vandalici e deturpanti. E’ stato amore a prima vista, la ricerca di poesie è passata diciamo in secondo piano; in principio per un motivo di assonanza mi hanno colpito le scritte e il writing.

E’ stato un viaggio di formazione che ho condensato in un photobook, molto artigianale ma verace, una vera opera prima sul tema che ho titolato FOTO.Graffie.



L'on the road è proseguito poi con occhi sempre meno ingenui, studiando a tutto campo sia poesia di strada che street art nel senso più ampio, ma via via sempre più ristretto al LETTERING. La vera svolta, anche questa ha una datazione certa che tu ben conosci. Girovagando in rete ho captato la proposta di STREET ART TOUR, e non ci sono stati dubbi: al momento giusto, nel posto giusto e, poi ho scoperto, con la persona giusta.

Da quel momento in poi niente è più stato come prima.

Ha avuto inizio una formazione sul campo che stava nelle mie corde, soprattutto grazie alla tua disponibilità senza remore a introdurmi nel mondo della Street Art. Il nostro incontro mi ha dato la possibilità di entrare nel vivo di questa cultura. E’ stato esaltante avere l’opportunità di conoscere di persona artisti di alto livello come Manu Invisible e CONAN, per esempio. E’ stato come un ingresso riservato in un backstage o un privè.



Bagamunda: Perché credi ti appassioni così tanto l’arte di strada? Tu leggi tanto sul tema, ti informi… Ma fotografare i pezzi sui muri che effetto ti fa? E immortalare artisti all’opera? Cosa si prova?

Antonio: Come succede nell’arte in genere, l’interazione fra l’opera e chi la osserva scatena una reazione, suscita delle impressioni, se queste vengono riconosciute emotivamente come parte di noi stessi nasce un vissuto comune che stabilisce un legame, un senso di appartenenza. Le proprie esperienze, culturali e non, entrano in gioco, la mia propensione verso il non-figurativo, l’astratto e l’informale è imprescindibile. E’ in sintonia con la musica, preferisco le dissonanze e non le armonie e la fotografia fa da parterre. I graffiti stanno nelle mie corde allo stesso modo, e in tale habitat ho riversato tutto il mio bagaglio personale, e con la fotografia esprimo e comunico il mio punto di vista su di esso.

Questo porta al desiderio di conoscere gli autori più da vicino, si tratta di una vera e propria cultura, una comunità, un territorio non aperto a tutti, dove esistono codici comportamentali che la stigmatizzano come deviante per certi versi, illegale e non gradita ai benpensanti.

Entrare nel mondo degli artisti, osservarli, cercare di capirli, condividere situazioni e momenti particolari, ti spinge alla consapevolezza che ci si sta mettendo in gioco e che per guadagnarsi la fiducia bisogna entrare in punta di piedi: sei come uno straniero che deve riuscire a farsi accogliere.



Bagamunda: Cosa vuoi raccontare attraverso i tuoi scatti?

Antonio: I miei scatti intendono stabilire un dialogo reciproco, non mera documentazione, una sorta di ‘terzo occhio’, una ricerca approfondita; per dirla in termini più formali un’OSSERVAZIONE PARTECIPANTE. Non posso non far riferimento esplicito ad una mia precedente ricerca sul teatro e la danza per la stretta analogia che presenta il tipico ambiente ‘chiuso’. Io intendo essere presente nei backstage perché è lì che le cose nascono: si pensi alla fortissima analogia di situazione, io scatto nel momento in cui l’artista crea, compone l’opera, scatto quando uno spettacolo nasce. Il risultato finale è, con i dovuti distinguo, alla portata di tutti in entrambe le situazioni, ma è una fase più illustrativa e documentativa, imprescindibile senza dubbio, ma dice poco o nulla del vissuto e del divenire creativo che ha portato al risultato finale. E’ necessaria una prolungata e continuativa presenza, deve nascere un feeling dove il fotografo non è più un elemento estraneo che potrebbe disturbare l’atto creativo, ma fa parte del contesto, si fonde con esso. Stare a strettissimo contatto con l’artista è un processo che si instaura nel tempo condividendo e presentando di volta in volta i risultati.


Bagamunda: Qual e' il ruolo degli street (art) photographer oggi come oggi secondo te?

Antonio: Lo street photographer in ambito Street art in genere ha sicuramente un ruolo fondamentale nel documentare le opere di una espressione artistica per sua natura effimera e dunque salvaguardare tale patrimonio; i graffiti in particolare sono un esempio lampante, ogni nuovo ‘pezzo’ ha un consistente strato di realizzazioni precedenti, di cui non rimarrebbe traccia. Nel contempo esiste un sottobosco di scatti che non possono essere divulgati, ovvio sono i pezzi pregiati ma bisogna farsene una ragione. Ritengo che una larga diffusione del Graffitismo non sia un beneficio, snatura la sua vera essenza e finirebbe fagocitata nell’universo mediatico.

Documentare non significa necessariamente essere illustrativi, si può comporre in maniera creativa, rispettando il pezzo, dando un contributo come ‘terzo occhio’; qui ‘giudice unico’ dei tuoi scatti non può che essere l’artista! Nel momento in cui proponi gli scatti che ritieni significativi, si apre un dialogo molto costruttivo, e se vengono ‘taggati’ questo è chiaro segno di approvazione che li trasforma in ‘unica copia autentica’, il tuo scatto fa un salto di qualità con tua grande soddisfazione; e se un writer alla fine del suo pezzo che hai seguito step-by-step mentre lo firma ti annovera nelle dediche beh direi che il livello di adrenalina schizza, è un segno inciso sul muro che sei stato parte attiva e riconosciuta.

Sono tappe importanti, direi pietre miliari nel tuo percorso.



Bagamunda: Cosa ti piacerebbe fare con questo grande archivio che hai creato con tanto lavoro?

Antonio: In tempi di covid-19 ho sentito la necessità di fermarmi e riflettere, volevo staccare per poi tornare sull’argomento e ragionare. Ipotizzare anche un utilizzo di tutto il materiale accumulato nel tempo ha comportato riorganizzare e catalogare tutto ciò che ho realizzato. Mi son presto reso conto che per poter veramente staccare e riflettere però non era sufficiente, sentivo il richiamo della strada. Allora ho risposto al richiamo, munito di yashica biottica 6x6, pellicola b&n, possibilità di soli 12 scatti, per raccontare situazioni di ‘presenza attiva’ piuttosto che un deserto ‘pandemico’ circostante, dando un senso a questo momento storico così particolare con scatti altrettanto particolari. Bisogna premettere che di fotolibri, photobook e dintorni è stracolma la rete, non si sente certo il bisogno di ulteriori contributi, ma nel cassetto avevo un progetto che riguarda il mio quartiere, e nello specifico quello che quasi quotidianamente ho calpestato per lungo tempo come focus della mia avventura nella graffiti art: VIA SAN SATURNINO a Cagliari.

A tratti topograficamente ambigua, ma non solo, ho intravisto un legame fra territorio e società mediato dai graffiti, e ho imbastito mentalmente una sovrastruttura che la vede ripartita in tre zone, che definirei ‘anime’, ognuna col suo groove, che si può respirare percorrendo lentamente ogni suo tratto.

Il primo, che parte diciamo da piazza Marghinotti, lo definirei la Hall of Fame di Cagliari per eccellenza, stretta e interamente ‘pintata’ da entrambi i lati, e da tempo relativamente breve zona della tolleranza civica e ormai quasi legale nella pacifica convivenza con i pochi abitanti presenti. E’ il salotto dei writers, un po’ come andare al ‘circolo’ a bere un tè; si fa un pezzo, notturno o diurno, in completo relax, en plein air rigenerante con risultati apprezzabili. Una galleria d’arte a cielo aperto. Meta imperdibile per uno street tour ben gestito, non solo per turisti diciamo. Segue uno spazio aperto, in cui i graffiti sono di ampio respiro e posti di fronte (sembrano imporsi) a eleganti dimore. E’ il preludio a un cambiamento di status: tale spazio è introdotto da una strettoia e termina in una sorta di galleria in declivio, entrambe ricche di graffiti di vario genere. Arriviamo alla seconda anima, muta il respiro cambia il groove, graffiti zero (si capisce dall’ambiente circostante che non è il caso, diciamo così) tutta gente per bene di un certo ceto sociale, un altro pianeta e tale rimane sino alla biforcazione che proseguendo sul lato destro pianeggiante (entrambe sono definite San Saturnino e sulla sinistra una ripida salita conduce alla rotonda del terrapieno), apre il varco e introduce alla terza anima, quella storica, graffiti con invecchiamento ‘naturale’, pezzi di grande respiro e valore, quasi un museo.

Vedo questa mia lettura che ho chiamato proprio Le tre anime di San Saturnino e la Graffiti Art non solo come fotografica, ma piuttosto come un contributo che possa essere utile ad una ri-valutazione del territorio, considerando queste opere di strada parte integrante del tessuto urbano e della sua vitalità, non più come meri atti vandalici fini a se stessi.


Voglio chiudere con una delle mie citazioni preferite:

‘Non si può dire di aver veramente visto una cosa finché non la si è fotografata’, Emile Zola.

Grazie ad Antonio per questa sua testimonianza così appassionata e diretta e vedremo se il tempo darà ragione a questa sua chiave di lettura sui graffiti e la street art.

Un saluto ai lettori di questo blog, e se volete stare aggiornati sugli scatti di Antonio potete segurlo su Instagram

https://www.instagram.com/antoniovitti55/?hl=it


Al prossimo articolo!

Melania

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